La Puglia e in generale tutta la Magna Grecia sono inesauribile fonte di miti sulle Sirene, soprattutto nella loro versione risalente alla Classicità di cui abbiamo già parlato in precedenza ma che, è bene ricordare, prevede la Sirena nella forma di donna-uccello.
Questi esseri mitologici sono sempre legati all’amore e alla morte, alla bramosìa e alla distruzione fisica e mentale dell’incauto uomo che si avvicina loro, ma non questa volta.
Sul lungomare di Taranto, all’altezza della cortina di scogli, due figure in cemento marino che ritraggono le Sirene ed, essendo di epoca moderna, sono raffigurate con la coda di pesce, opere dello scultore Francesco Trani.
La leggenda di Skuma è abbastanza verosimilmente legata alle vicende greco-italiche del Golfo di Taranto (Taras è stata fondata nell’VIII secolo a.C. e fu l’unica colonia degli Spartani) ma ha subito uno slittamento temporale che l’ha portata ad adattarsi alle epoche successive fino alla nostra e viene raccontata in entrambe le versioni, sia ricordata come un accadimento di un tempo mitico, sia come una storia successa uno o due secoli fa.
Si narra che una coppia di sposi, una bella e giovane fanciulla ed un pescatore, vivevano nella città magnogreca, o pugliese, a seconda di quando il testimone che vi narrerà la storia voglia ambientare la vicenda; dato che la ragazza era spesso sola a causa del lavoro del marito, un aristocratico ne conquistò il cuore a furia di regali e gentilezze.
La donna si sentì in colpa fin da subito e confessò l’accaduto al marito che, con tutta calma perdonò la moglie e l’invitò l’indomani a seguirlo nel suo giro in barca, lei ci andò e, lontano dalla costa, venne gettata con forza in mare, non sapendo nuotare affogò.
Le Sirene che ormai erano abitanti stabili delle acque del Golfo, accorsero immediatamente in aiuto della ragazza che era ancora viva! La tennero con loro e la chiamarono Skuma (Schiuma di mare), era talmente bella e aggraziata che divenne la loro regina ma il marito fin da subito si era amaramente pentito del folle e rabbioso gesto e ogni giorno andava con la sua barca sul luogo della tragedia piangendo la moglie uccisa.

Sarebbe andato avanti per il resto della sua vita se le Sirene non avessero ribaltato la sua barca e non l’avessero portato al cospetto della Regina Skuma nel suo palazzo sul fondo del mare. Quale meraviglia! Sua moglie era viva, non tutto era perduto! Le Sirene non erano dello stesso avviso e avrebbero voluto uccidere il malvagio umano ma Skuma decise di risparmiargli la vita e venne ricondotto in superficie.
Ormai l’aveva vista e doveva riportarla a casa per vedere compiuta la sua redenzione, subentra a questo punto un altro essere dai poteri magici che la tradizione medievale ha voluto che fosse una fata, nella tradizione magnogreca sarebbe potuta essere stata una ninfa, che gli dice l’unico modo per portare indietro sua moglie: dovrà cogliere il fiore di corallo bianco custodito nel giardino delle Sirene.
Anche la giovane voleva tornare in superficie proprio perchè aveva perdonato lo sciagurato consorte e solo per questo l’uomo riuscì nell’impresa di accordarsi segretamente con lei, distrarre le sirene con la sua barca piena di gioielli d’oro (mi chiedo dove l’avesse preso essendo solo un pescatore, ma il mito magnogreco è stato così tanto modificato nel tempo da aver incorporato elementi del tutto estranei o aver subito cambiamenti ed omissioni nel passaggio da tradizione orale a tradizione scritta. La versione raccontata a Taranto dice che comprò i gioielli con tutti i suoi risparmi, la cito per dovere di cronaca) e far prendere alla stessa Regina Skuma il fiore per portarlo alla fata.
La leggenda a questo punto si fa confusa, la fata avrebbe generato un’onda per mezzo di questo rarissimo fiore di corallo che avrebbe spazzato le Sirene, in altre versioni avrebbe ucciso per errore risparmiando solo la Regina Skuma.
Rimasta completamente sola, Skuma decise di prendere i voti monastici e di tornare ad ogni luna piena, malinconicamente, sul luogo della sua perdita più grande, sperando di vedere tornare il suo amato dal mare.
A Taranto è presente il Castello Aragonese (che ovviamente si affaccia sul mare) ed una delle sue torri si chiama Torre della Monacella e, leggenda o verità, si dice che questo nome sia legato proprio alla parte finale di questa leggenda; se fosse vero ci darebbe un indizio sulla datazione di questa versione della storia in quanto la struttura risale alla fine del Medioevo, è del 1486! Quindi sarebbe coeva o successiva.

Sicuramente ha subito molte influenze di epoca medievale ma potrebbe realmente affondare le sue radici più indietro nel tempo al tempo in cui le Sirene, emigrate dal Mar Egeo, sarebbero venute a stabilirsi nel cuore del Mediterraneo insieme ai mercanti, ai guerrieri e agli intellettuali greci che avevano portato con sé le loro storie.
O più semplicemente la cultura delle Sirene nell’Italia del Sud è così tanto radicata da aver più volte nei secoli successivi alla colonizzazione greca, portato alla creazione di leggende di questo genere, come una fucina sempre attiva volta a rendere eterne queste affascinanti figure mitologiche.
Arianna Santini
Foto di tarantomagna.it
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